Cos’è la creatività

La creatività non è una proprietà unica, ma è il risultato della complementarietà tra deduzione e intuizione, tra ragione e immaginazione, tra emozione e riflessione, tra pensiero divergente e pensiero convergente.

Come possiamo definire la creatività? È davvero una dote innata o tutti possiamo essere creativi? Come si può stimolare il processo creativo?

Che cos’è la creatività

Il concetto di creatività si è modificato nel corso del tempo, infatti, mentre inizialmente essa era considerata una dote innata caratteristica esclusiva di pochi eletti, in seguito se ne è scoperta una possibile acquisizione trasformandola in qualcosa di presente in tutti gli esseri umani, seppure in misura differente (Biasion, 2017).

Gli sforzi per definire la creatività in termini psicologici risalgono a Guilford, che ha individuato i seguenti aspetti che la contraddistinguono:

  • la fluidità, ovvero la capacità di produrre abbondanti idee, senza riferimento alla loro adeguatezza ai fini della risoluzione del problema;
  • la flessibilità, cioè la capacità di cambiare strategia ideativa, quindi di passare da una successione di idee ad un’altra, da uno schema a un altro;
  • l’originalità, che consiste nella capacità di trovare risposte uniche, particolari e insolite;
  • l’elaborazione, ovvero il percorrere fino alla fine una strada ideativa con ricchezza di particolari collegati in maniera sensata tra di loro;
  • la sensibilità ai problemi, vale a dire il selezionare idee e organizzarle in forme nuove, capire cosa non va e cosa può essere perfezionato negli oggetti di uso comune.

Fondamentale è stata la separazione della creatività dall’intelligenza: negli anni ’70 grazie a Paul Torrance furono sviluppati dei test di misurazione del quoziente di intelligenza (QI) e del talento creativo più precisi, i quali portarono alla conclusione che le persone creative possiedono un QI nella media (Biasion, 2017).

L’atto creativo non è da considerarsi un evento singolo, ma un processo di interazione tra elementi cognitivi ed affettivi ed è composto da due fasi, una generativa in cui la mente creativa immagina una serie di nuovi modelli mentali come potenziali soluzioni ad un problema, e una esplorativa o valutativa in cui vengono valutate le diverse opzioni e poi viene selezionata quella migliore (Finke et al., 1996). L’idea dell’esistenza di due fasi del processo creativo è coerente con i risultati della ricerca cognitiva che indica l’esistenza di due modi diversi di pensare, uno associativo e uno analitico; nella modalità associativa, il pensiero è intuitivo, nella modalità analitica, il pensiero è invece concentrato sull’analisi delle relazioni di causa ed effetto (Neisser, 1963; Sloman, 1996).

Il punto focale, portato alla luce dagli studi, è quindi che la creatività non è una proprietà unica, ma è il risultato della complementarietà tra deduzione e intuizione, tra ragione e immaginazione, tra emozione e riflessione, tra pensiero divergente e pensiero convergente (Biasion, 2017).

“L’atto creativo non è da considerarsi un evento singolo, ma un processo di interazione tra elementi cognitivi ed affettivi”

Finke et al., 1996

Creatività ed emozioni

Il legame fra creatività ed emozioni è molto più complesso di quanto possa sembrare poiché sembra essere regolato dall’interazione fra valenza edonica, attivazione emotiva e motivazione.

Alcune emozioni, come gioia, entusiasmo e tranquillità, hanno un tono positivo, mentre altre, come rabbia, ansia, tristezza, hanno un tono negativo. Attraverso evidenze neuropsicologiche si è scoperto inoltre che lo stato emotivo può essere attivante (ad alto arousal) o de-attivante (a basso arousal) (Posner, J., Russell, J. A., & Peterson, B. S., 2005). Combinando le due classificazioni si avranno stati emotivi positivi a basso arousal, come calma e tranquillità, e ad alto arousal, come felicità ed euforia, così come stati emotivi negativi a basso arousal, come tristezza e depressione, e ad alto arousal, come rabbia e paura (Catenazzi, Di Carlo, Della Morte, 2012).

Dall’analisi di queste complesse interazioni emerge che in generale gli stati emotivi positivi sono la fonte migliore per la creatività rispetto a quelli negativi. Tuttavia non bisogna dimenticare il ruolo che il livello di attivazione o arousal ha in questa equazione: se si introduce questa variabile, infatti, si scopre che solo gli stati positivi attivanti sono veramente in grado di favorire la creatività. Quindi sono le emozioni come la felicità a favorire maggiormente la flessibilità e la velocità di processamento cognitivo, che a loro volta favoriscono alti livelli di creatività e originalità, mentre le emozioni negative a basso arousal non sono correlate con un aumento della creatività e addirittura quelle negative ad alto arousal sono negativamente correlate con essa soprattutto perché riducono drasticamente la flessibilità cognitiva impedendo così di trovare nuove soluzioni (Catenazzi, Di Carlo, Della Morte, 2012).

Gli stereotipi sulla Creatività

Gli stereotipi più diffusi, alimentati da alcuni personaggi del mondo dell’arte e dello spettacolo, attribuiscono alle personalità creative tratti stravaganti, bizzarri, al limite della patologia. La creatività è quindi spesso accostata alla nevrosi, all’introversione, al disadattamento. In realtà però non è necessario possedere personalità insolite per essere creativi (Barile, 2017).

Innanzitutto i creativi, pur essendo in genere anticonvenzionali e indipendenti, possiedono personalità generalmente nella norma (Coon, Mitterer, 2016). Ciò che li caratterizza è l’interesse per la realtà simbolica e per i concetti astratti (come bellezza e verità), mentre non sono particolarmente motivati da obiettivi quali fama e successo, la creatività possiede per loro un valore intrinseco (Sternberg, Lubart, 1995). Le persone con personalità creativa, inoltre, coltivano un numero di interessi maggiore rispetto alla media e sono in grado di connettere le proprie conoscenze non solo per mezzo della combinazione di queste, ma anche usando l’immaginazione e la metafora (Riquelme, 2002). Alla numerosità di interessi coltivati corrisponde un elevato grado di apertura mentale, non solo verso le nuove esperienze ma anche nell’accettare i pensieri irrazionali e nel mettere in discussione quelli precostituiti e le barriere mentali (Ayers, Beaton, Hunt, 1999).

Come appare evidente, le personalità creative possiedono particolari attitudini ma sono tendenzialmente nella norma e, anche se non diventeremo mai degli artisti, tutti noi possediamo quindi un potenziale da sviluppare per essere più creativi (Barile, 2017).

Stimolare la creatività

Esistono molti esercizi utili allo sviluppo di una funzione come la creatività; essa può essere sviluppata impegnandosi a cercare nuovi o insoliti collegamenti tra le idee, attività che può essere ricondotta al processo di sviluppo del pensiero divergente. Se nel pensiero convergente esiste una sola, migliore soluzione a un problema, il pensiero divergente o creativo è aperto alle novità e alle possibilità (Barile, 2017).

Lo studioso Mihalyi Csikszentmihalyi (1997) ha messo a punto una serie di suggerimenti volti ad incentivare lo sviluppo del pensiero creativo. Tra questi troviamo:

  • Sorprendere e sorprendersi – possibilmente ogni giorno, siamo invitati a riscoprire la capacità di fare sorprese agli altri e trovare qualcosa che possa sorprendere noi stessi
  • Approfondire e appassionarsi – se scopriamo l’interesse per qualcosa, dovremmo perseguirlo e cercare di approfondire l’argomento. Inoltre, dovremmo dedicare più tempo a fare ciò che è in linea con le nostre aspirazioni e meno a quello che non amiamo
  • Impegnarsi e cercare sfide – se intraprendiamo un progetto, dovremmo cercare di portarlo avanti nel miglior modo possibile: è importante fare bene le cose e avere sempre nuovi stimoli
  • Rilassarsi – dedicare il giusto tempo al rilassamento e alla riflessione
  • Aprire la mente, cercando di considerare uno stesso problema dal maggior numero possibile di punti di vista.

Le tecniche di pensiero creativo oggi si fondano sulla possibilità di cambiare direzione al pensiero, produrre idee sempre nuove, cambiare i vecchi schemi attraverso processi che consentano di focalizzare l’attenzione, superare i limiti della situazione attuale e creare legami nuovi e diversi che tengano la mente sempre attiva (Biasion, 2017).

Per quanto riguarda gli esercizi più utili all’implementazione e allo sviluppo della creatività, si segnalano quelli che non prevedono un’unica soluzione giusta, quegli esercizi quindi che lasciano al pensiero la possibilità di reagire ad uno stimolo seguendo varie strade. Alcuni di questi esercizi sono ad esempio quelli che richiedono la capacità di trovare nuovi usi ad oggetti comuni, oppure costruire dei disegni a partire dalla presentazione di una forma astratta, inventare una breve storia a partire da alcune parole date, creare delle associazioni casuali, dimostrare che due oggetti, due parole, due immagini presi casualmente sono simili, o ancora descrivere situazioni ipotetiche, ad esempio immaginare come sarebbe il mondo se l’uomo sapesse volare, oppure la costruzione di mappe mentali (Biasion, 2017).

I freni alla creatività

Il pensiero creativo è fortemente connesso alla motivazione intrinseca, cioè la voglia di fare qualcosa per il semplice piacere di farlo. Ciò significa che, anche in ambito lavorativo, la creatività è più stimolata quando svolgiamo attività che riteniamo interessanti e non quando siamo motivati esclusivamente da fattori estrinseci quali il denaro. Amabile (Amabile, Hadley, Kramer, 2002) ha individuato alcuni ingredienti deleteri per la creatività in ambito lavorativo, tra i quali ritroviamo il lavoro sotto sorveglianza o sotto pressione (ad esempio, di scadenze troppo ravvicinate), attività lavorative svolte in presenza di regole stringenti o che limitano fortemente l’autonomia di scelta, lavorare solo per migliorare la valutazione che ne conseguirà, lavorare con l’obiettivo principale di incrementare il proprio reddito. Soprattutto nei lavori in cui si richiede creatività, è importante quindi che i manager considerino che conoscere e supportare gli interessi, le passioni e le aspirazioni dei propri collaboratori può essere efficace quanto un aumento di stipendio (Barile, 2017).

Tutto questo è interessante perché riconosce a tutti la possibilità di essere più creativi: occorrono sorprese (per sé e per gli altri), interessi autentici e coltivati, passioni, sfide costanti, impegno, rilassamento e apertura mentale. Dovremmo inoltre evitare di lavorare sotto pressione, oppressi da troppe regole, con il solo scopo di essere riconosciuti nel nostro valore (Barile, 2017).

Anatomia e neuroscienze della creatività

Nonostante una serie di attività siano state svolte nel campo delle neuroscienze cognitive, recenti ricerche hanno dimostrato che non esiste un quadro coerente e unitario per quanto riguarda le basi neuroanatomiche della creatività.

Alcuni studi sui meccanismi neurali della creatività hanno esaminato il ruolo dell’asimmetria emisferica (Martindale, 1999). Originariamente la creatività era considerata una funzione dell’emisfero destro, l’idea principale era che i creativi utilizzassero soprattutto l’emisfero destro, mentre le persone razionali, meno creative, usassero principalmente l’emisfero sinistro. Vista la complessità del cervello, tale teoria appare oggi semplicistica e l’ipotesi di una lateralizzazione destra della creatività non è stata confermata (Dietrich, Kanso, 2010 )

Le tendenze più recenti sono quelle di considerare l’esistenza di diverse aree cerebrali attivate a seconda della natura del processo creativo in atto. Quando gli esseri umani sono impegnati con qualsiasi tipo di processo creativo, un gran numero di regioni del cervello quindi si attiverebbe. Le stesse regioni cerebrali sono quelle che si attivano anche in molti processi cognitivi cosiddetti “ordinari” (ad esempio, la memoria, l’attenzione, il controllo, il monitoraggio delle prestazioni), pertanto, questi studi suggeriscono come la creatività possa essere considerata il prodotto di una complessa interazione tra processi cognitivi “ordinari” ed emozioni.

Altri studi neuroanatomici funzionali, realizzati utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) o la tomografia ad emissione di positroni (PET) hanno riportato un coinvolgimento maggiore della corteccia prefrontale (PFC) come substrato neuroanatomico critico per il pensiero divergente (Folley, Park, 2005; Dietrich, Kanso, 2010).

Ad oggi sembra non esserci un accordo unanime tra i ricercatori su quali siano le precise aree cerebrali coinvolte nel processo creativo anche se rimane abbastanza chiaro il coinvolgimento della corteccia prefrontale, nonostante non si sia effettivamente ancora chiarita la misura di tale coinvolgimento.

La conclusione è che il pensiero divergente non rappresenta una modalità diversa o separata di pensare, per cui non vi è un insieme specifico di regioni cerebrali coinvolte durante tale processo, piuttosto pare produca un’attivazione ampia e diffusa (Dietrich, 2007).

fonte: https://www.stateofmind.it/tag/creativita/

Il counseling biosistemico

Il nome “Biosistemica,” in base alla sua composizione, ci dà indicazioni relativamente ai presupposti e metodi su cui si basa. “Bio” fa riferimento alle dimensioni biologiche, neurofisiologiche ed embriologiche inerenti la componente organica della corporeità.
“Sistemica” fa riferimento alla teoria generale dei sistemi in base alla quale è possibile concepire l’individuo come un sistema costituito da sottosistemi in interrelazione fra di loro. L’oggetto centrale di riferimento è quindi costituito dalle emozioni, in quanto fenomeno cruciale dal punto di vista clinico ed epistemologico dell’esperienza umana. L’emozione caratterizza permanentemente il vissuto ed il funzionamento dell’uomo, dato che, per definizione, comprende in sé i processi fisiologici, le reazioni comportamentali, gli aspetti relazionali e i contenuti cognitivi di ogni esperienza umana nella sua completezza e complessità. L’emozione è infatti un crocevia dove si incontrano istanze differenti: sensazioni viscerali, movimenti muscolari, pensieri e immagini; tutto questo all’interno di una cornice ambientale che ne plasma l’origine e ne sovradetermina il senso. E proprio l’emozione è al centro del processo di counseling biosistemico, un processo che mira a potenziare nella persona la capacità di gestire e padroneggiare le emozioni stesse. In una parola, il counselor biosistemico aiuta il cliente a una maggiore competenza nella regolazione emozionale. Il nucleo dell’intervento è costituito infatti dal cambiamento delle strategie di auto e mutua regolazione dei flussi emotivi, nelle sue componenti cognitive, immaginative, sensoriali e motorie. Detto in altri termini, il lavoro del counselor biosistemico ha almeno due vie da seguire, quella verbale e quella corporea.

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